"A strega du mare", fiaba e mito al femminile che in siciliano racconta umanità

Accade che una storia bussa alla mente. Non è una storia "nuova". In fondo, veramente, nessuna storia lo è. Esiste (e io lo sento) una specie di paradiso delle storie. Una dimensione tra l'aldilà e il sogno, tra la coscienza collettiva e l'immaginazione dove tutto "sta succedendo dentro la tua testa", ma questo "dovrebbe non voler dire che non è vero?!" (semicit.). Ebbene, accade – dicevamo – che si apra una finestra e i personaggi di queste storie lascino la dimensione muta, altra, ultraterrena e bussino alla mia mente. È stato così con la mia Sirenetta.

La protagonista (ma non la sola protagonista) de "A Strega du mare" (Mohicani edizioni). Lei mi si è presentata dietro agli occhi con una certa insistenza. Sì, assomigliava a quella di Andersen, ma ne rappresentava, in qualche modo, l'evoluzione. Parlava in Siciliano (e la maiuscola non è un refuso… è che per me in paradiso questa è la lingua che si parla e tutto quello che viene dal cielo, e che può, in qualche modo, creare, là sta). Parlava in Siciliano, dicevo, ma non un siciliano "stretto", arcaico, ottocentesco, quello della erroneamente definita koiné letteraria. Ligea parlava il siciliano di oggi, il mio, perché io la comprendessi e potessi darle voce. Ecco, ad un tratto mi ha detto di chiamarsi Ligea, perché viveva sotto le Tre Rocche, nei pressi di capo Boeo, punta estrema dell'antica Lilibeo e da lì, ascoltava i vaticini della Sibilla, il cui pozzo è ancora oggi visibile nell'ipogeo della chiesa di San Giovanni, a Marsala, davanti allo specchio di mare che separa la terraferma dalle Egadi. E ho cominciato a capire che la mia Ligea aveva anche un tempo storico da raccontare (oltre che, in qualche modo mitico, chiamandosi come la sirena omerica). Non è passato molto che anch'io ho capito che la Sibilla, con i suoi versi nebbiosi, stava predicendo l'assedio dei romani ai danni dei punici. Stava per accadere quella che è passata alla storia come prima guerra punica. Ma Ligea non poteva saperlo, non poteva comprendere le parole arcane della Sibilla, essendo a lei coeva. Tuttavia le missioni, per avvenire, creano attorno a loro una specie di fortunate coincidenze e l'inquietudine di Ligea, "figghia nica du re, sempre ca funcia", perché perennemente insoddisfatta di questa banale e liquida eternità, che è l'esistenza della sua gente, viene condotta dalla più frivola sorella Partenope, nel miglior salone di bellezza del mondo sottomarino: "Da Scilla e Cariddi, e nessuno potrà mai più dirti che sei un mostro!". È lì, tra queste improbabili imprenditrici della bellezza, che, tra una treccia e un balayage, le rivelano dell'esistenza di Amilcare Barca "un punico che è tutto un muscolo… cervello fino, in corpo divino". Scilla e Cariddi sono l'avvertimento del contrario, la farsa, le capocomiche della commedia dell'arte, che però hanno trovato il loro posto nel mondo, che sanno cos'è bene e che, quando serve davvero, sanno compiere la scelta tra "cos'è giusto e cos'è facile". E la strega? Lei è lo stereotipo del male e il suo contrario. Lei incarna la risposta eterna alla fiaba tradizionale. È la motivazione che c'è dietro l'esasperato solipsismo dei grandi che diventa malìa e maledizione. La strega e la sirena sono l'una l'alter ego dell'altra ed entrambe, anzi, tutte le protagoniste della vicenda, concorrono nell'incarnare il femminino sacro e la reale concretezza delle donne, la loro esigenza di umanità piena e di realizzazione. "A strega du mare" è dunque una fiaba, ma anche un'opera teatrale, che parla in siciliano perché per me è la lingua primaria, quella che emerge nel dolore e nel giubilo più grande. Nasce dall'esigenza di esprimere la necessità di mettere in relazione i mondi: primo e terzo, giusti e non, femmine e maschi, storia e presente affinché si possano creare le condizioni per un nuovo umanesimo disvelatore. In un contesto la cui vis creativa assomiglia al realismo magico, si staglia un'impressionante coincidenza. La Battaglia delle Egadi si verifica il 10 marzo del 241 a. C. e colui che più di ogni altro ne accertò la reale collocazione storica (presso Levanzo e non accanto alla Cala Rossa di Favignana, come si è creduto in precedenza), Sebastiano Tusa, già soprintendente del mare e assessore regionale, perde la vita proprio il 10 marzo, ma del 2019. E la mia Sibilla lo sa, lei predice entrambi gli eventi luttuosi, perché nel paradiso delle storie il tempo non è una linea da percorrere, ma un punto, in cui ciò che è stato coesiste con ciò che è e con quel che sarà e chi può, di tanto in tanto, sbirciare attraverso le dimensioni dell'animo umano, ne può scorgere le pieghe e comprenderne le connessioni.

Chiara Putaggio


Palermo, 2012. Antonietta Giarrusso, detta Ninni, parruccaia di sessantacinque anni, viene ritrovata uccisa nel suo negozio: a causarne la morte, ventisette colpi inferti con un'arma da taglio. La tragedia è avvenuta di giorno, in pieno centro, in una via pedonale assiduamente frequentata e piena di attività commerciali. Eppure, nessuno ha visto niente.
Sono passati più di dieci anni e c'è chi, in tutto questo tempo, non si è arreso né al silenzio dell'omertà né, tantomeno, al caos investigativo: Daniela, nipote di Ninni. Anche se il tempo ha eliminato tracce e portato via con sé nomi e volti, non è riuscito a cancellare i ricordi che l'autrice serba nel cuore, quelli di una zia che è stata come una madre, che l'ha cresciuta con dolcezza e dedizione.  


L'uomo ha tentato, studiando il ritorno e imitando il ritmo della luna e delle stagioni, di controllare il Tempo e ha inventato il calendario. Insomma, ha provato a sentirsi Dio, dimenticandosi che e stato il Tempo a generare gli dèi. Lorenzo Santi professore in pensione, ritrova per caso questo suo scritto, non ricorda quando e che in occasione ha fatto questa riflessione. Averlo ritrovato coincide con incubi e segnali di una presenza che, come una partita a scacchi, ha mangiato tutte le altre pedine lasciandolo solo sulla scacchiera. La solitudine della pedina è una raccolta di racconti in cui i protagonisti principali sono il tempo e le presenze avvertite, che in realtà sono la personificazione simbolica dei diversi limiti dei singoli personaggi. Scritti in maniera scorrevole e ironica, i racconti dell'antologia invitano a riflettere sulla qualità della nostra vita quotidiana


Lipari nel 1902 è un'isola selvaggia, che affonda le radici nel mito e colora d'America il futuro dei suoi figli. Qui le donne sono creature di mare e di terra, pescatrici che conoscono i segreti delle acque turchesi e degli animali che le abitano, che dominano i giri di vento e profumano di sale. Tra loro c'è Agata, una ragazza bellissima e inquieta, che vive con la madre e i fratelli; una famiglia come tante, la sua, spezzata dalla partenza del padre per il Nuovo Mondo in cerca di fortuna. Ha quindici anni, Agata, e non è un'adolescente come le altre dell'isola. C'è chi la chiama majara – strega – ma lei è molto di più: non si limita a curare malanni e malocchio con gli scongiuri, lei ha la capacità di scorgere frammenti di futuro, guarire malattie incurabili e dominare gli elementi. È un dono che le arriva da Eolo, il signore dei venti che proprio a Lipari ha la sua tomba. Accettarlo non è facile per Agata, che sogna una libertà fuori portata per una fimmina e ha appena conosciuto il richiamo irresistibile del primo amore. Ma il dono è una parte di lei che non può cancellare, è un destino, e scoprirne l'origine sarà l'inizio di un viaggio nel suo passato e in quello della sua isola. Ispirandosi alla storia vera, mai raccontata, di una guaritrice di Lipari, Francesca Maccani ha scritto un romanzo potente e suggestivo, che ci immerge nella magia e nelle tradizioni arcane delle Eolie e sa parlarci ancora oggi di passione e rinascita, di fame d'amore e coraggio di cercare la propria strada.