Il potere e le monadi di Leibniz
Vi chiederete cos'ha in comune il potere con la monade di Leibniz . Cari lettori, molto più di quello che potete immaginare.

All'ultima presentazione del romanzo "Un giornalista d'inchiesta", Monica ha letto una pagina che l'aveva particolarmente colpita. Mentre la ascoltavo, osservavo le persone sedute in sala. Alcune seguivano il testo con attenzione, altre annuivano, altre ancora sembravano riconoscere in quelle parole qualcosa che apparteneva anche alla loro esperienza.
In quel momento ho pensato che questo è il fine della letteratura, non le classifiche, non i premi, non le fotografie da condividere sui social. Si scrive per quei rari istanti in cui una storia smette di appartenere all'autore e diventa qualcosa di vivo nella mente di qualcun altro.
Eppure, mentre ascoltavo, mi è tornata alla mente una riflessione meno romantica sul mestiere dello scrittore.
Tutti gli autori immaginano il giorno in cui il loro libro arriva in libreria. Nessuno pensa al giorno dopo in cui entrano in quella stessa libreria e scoprono che il romanzo è infilato tra una guida turistica della Basilicata e un manuale per imparare il giapponese in trenta giorni.
Scrivere un libro è difficile: richiede tempo, disciplina, ostinazione. Significa passare mesi, a volte anni, a costruire personaggi, intrecci, dialoghi e atmosfere che esistono soltanto nella propria testa. Significa stare in mezzo agli altri con un tarlo nella testa che rosicchia pensieri e attenzioni, rendendoti presente nel corpo ma assente nello spirito. Significa tornare cento volte sulla stessa pagina per modificare una frase che probabilmente nessun lettore noterà mai.
Eppure, paradossalmente, quella è la parte più semplice. La parte difficile arriva dopo, semplicemente perché l'attenzione dei lettori è diventata la risorsa più rara del nostro tempo, perchè distratta da mille stimoli.
Spesso prevale ciò che riesce a imporsi allo sguardo: una copertina particolarmente efficace, una massiccia campagna pubblicitaria, una pila di volumi all'ingresso della libreria, una vetrina interamente dedicata a un titolo. Il lettore è così esposto a continue sollecitazioni commerciali che finiscono per orientarne le scelte ben prima che possa valutare il contenuto dell'opera. Senza tralasciare che non si compete soltanto con altri libri. Competi con Netflix, TikTok, Instagram, YouTube, con le piattaforme di streaming, con le notizie che scorrono incessantemente sugli smartphone. Competi con tutto ciò che reclama qualche minuto della vita delle persone.
Lo scrittore contemporaneo finisce così per assumere ruoli che non aveva previsto. Diventa promotore di sé stesso. Apre profili social che non sa usare, registra video che non avrebbe mai voluto registrare, impara parole come engagement, algoritmo, contenuti, visibilità. Scopre che, nel mercato editoriale contemporaneo, non basta scrivere bene. Non basta neppure pubblicare. Occorre farsi notare, spesso indipendentemente dal valore effettivo dell'opera. Bisogna costruire un evento attorno al libro, trasformarlo in una notizia, in una presenza costante sui social, in un argomento di conversazione. In altre parole, bisogna vendere l'autore prima ancora del suo lavoro. E questa trasformazione produce una strana forma di solitudine. Perché lo scrittore trascorre anni da solo mentre scrive e continua a sentirsi solo anche dopo aver pubblicato. La differenza è che prima era una solitudine creativa. Dopo diventa una solitudine commerciale.
Eppure sarebbe un errore fermarsi a questa immagine malinconica. Perché esiste un'altra verità, meno appariscente ma più importante.
Si dice solitamente che non scrive per le masse, ma per singoli individui, ed è proprio vero. Si scrive per quello sconosciuto che, una sera qualunque, apre casualmente un libro e vi trova qualcosa che lo riguarda. Un'emozione, un ricordo, una domanda che non riusciva a formulare.
Quando questo accade, tutte le statistiche perdono importanza.
Non conta quante copie sono state vendute. Non conta la posizione in classifica. Non conta neppure la notorietà dell'autore. Conta soltanto il fatto che, per qualche ora, due sconosciuti si sono incontrati attraverso le pagine di un libro. Ed è questa la vera misura della letteratura: non il numero di persone che leggono, ma la profondità con cui si legge.
Lo scrittore invisibile vive quindi una condizione paradossale. Da un lato combatte ogni giorno contro l'indifferenza del mercato. Dall'altro custodisce una delle attività più antiche e più ostinate dell'essere umano: raccontare storie.
Ed è proprio questa ostinazione che lo salva. La convinzione che, da qualche parte, esista ancora qualcuno disposto a fermarsi, spegnere il telefono, aprire un libro e ascoltare una voce che non conosce per riconoscersi.
Forse proprio per questo, mentre Monica leggeva, ho pensato che la vera essenza della letteratura è di vivere solo nel momento in cui una voce passa da una persona all'altra.

C'è una foto del 4 aprile 1982 che non smette di parlarci. Ritrae centomila persone sfilare a Comiso, un piccolo paese siciliano trasformato improvvisamente nel centro della geopolitica nucleare.
Tra quella folla, camminavano fianco a fianco due giganti della storia siciliana e italiana: Pio La Torre e Leonardo Sciascia.
Oggi, con un'Europa che torna a contare i carri armati e a discutere di atomica come fosse un'opzione burocratica, quel giorno a Comiso sembra una profezia dimenticata. Pio La Torre non sfilava per un pacifismo astratto; sfilava perché capiva che una Sicilia ridotta a "portaerei nucleare" era una Sicilia svuotata di sovranità e offerta come bottino alla speculazione mafiosa. La sua lotta era per la Pace del Diritto, non per la tregua del terrore.
Sciascia ci ricordava che l'uso della ragione è l'unico antidoto alla follia bellica. Se oggi vogliamo onorare la memoria di La Torre, dobbiamo smettere di guardare a Comiso solo come un reperto della Guerra Fredda.
La Pace è la precondizione per la Verità e la Giustizia. Senza di esse, rimane solo un cartello sbiadito da quarant'anni di silenzio.

Vi chiederete cos'ha in comune il potere con la monade di Leibniz . Cari lettori, molto più di quello che potete immaginare.
Che dire di quel il nobile atto di accumulare libri sul comodino che tanto fa arrabbiare chi ci vede solo un inutile accumulo di polvere. I giapponesi hanno un termine bellissimo: Tsundoku. È l'arte di acquistare libri e lasciarli accumulare in pile in giro per casa, spesso senza leggerli subito.